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…Solo rose per te. Una mostra nel segno di Ipazia
Nell’ambito del Festival Nel segno di Ipazia. Donne e Saperi, la mostra a cura di Agnese Purgatorio raccontata dalle donne della Casa Circondariale di Bari. Di Lara Carbonara Mani, volti, capelli, seni, pelle. La scarnificazione del corpo e la sua riappropriazione. I collage realizzati nella sezione femminile della Casa Circondariale di Bari, a cura di Agnese Purgatorio sono lo spazio e la misura della ricostruzione del corpo e dell’assenza di Ipazia. Solo Rose per Te, l’esposizione in corso fino al 16 febbraio presso il dipartimento di Studi Classici e Cristiani, Strada Torretta, raccoglie il lavoro che l’artista Agnese Purgatorio ha condotto insieme con le donne della casa Circondariale di Bari, finanziato dal Ministero della Giustizia e dall’Ufficio Scolastico Provinciale e con la collaborazione del Centro di Documentazione delle Donne. Ipazia, o le Ipazie. Una per la filosofa, una per la scienza, una per l’ astronomia, una per la politica, una per il libero pensiero. Tutte brutalmente censurate e cancellate. Ipazia è il simbolo del soffocamento della ragione da parte del fondamentalismo religioso del IV sec. e Agnese Purgatorio ne ha ricostruito i frammenti grazie alle donne della Casa Circondariale. Le immagini sovrapposte diventano carne linguistica: l’inchiostro della narrazione si amalgama al sangue della memoria, la prepotenza della scienza si infila nella ricostruzione visuale di un femminile smembrato. Una pila di libri domina un pianeta sullo sfondo di un tempio; occhi ricoperti e circondati da numeri, quasi a voler alludere allo ‘sguardo’ della scienza; un gruppo di uomini trascina via una donna, mentre sullo sfondo il volto scultoreo di Ipazia mantiene l’immagine di una donna, (se stessa) che brucia; e ancora occhi, libri, corpi scomposti, fiamme mute: la giustapposizione di sagome e profili è l’innesto del recupero, del ri-collocamento, della ri-appropriazione. Lo spostamento d’asse tra storia e narrazione visuale assume la forma di un viaggio casuale e anacronistico ripetuto infinite volte. Si cercano con cura dettagli che isolati non hanno alcun significato, ma che sulla soglia dell’insieme diventano scrittura della rievocazione. Il risultato è la creazione di tanti spazi immaginativi che scivolano in una descrizione storica continuamente in transito e perciò sempre reinventata. Ipazia e i suoi studi, la sua ribellione, la sua ostinatezza, la sua lotta, la sua morte. Smembrata e uccisa dalla chiesa e dall’oscurantismo, Ipazia viene qui ripercorsa e riattraversata tramite strappi di immagini ricucite. In definitiva, una distesa di rose per la resurrezione dello spirito che legano sacrificio e virtuosismo, perdita e ritrovamento. Ipazia è lo svuotamento ostinato nella slabbratura della verità storica, diluita in una composizione di carta e colla e colori e forme. Nel video-performance allestito durante il vernissage, le spalle delle detenute si ricoprono di rose, di una universalità eroica e tenerissima, senza cedimenti. “Dice Ipazia d’Alessandria: accostati alle cose dapprima con il tuo corpo, devi sviluppare al massimo i sensi, devi essere in grado di toccare, vedere, udire, odorare e gustare Totalmente una situazione, per pervenire ad un processo di identificazione con l’oggetto osservato”. (Adriano Petta, Antonino Colavito, Ipazia, 2010) Il corpo diventa soglia privilegiata del riscatto, il limite su cui si sovrappongono l’eco di Ipazia, l’arte contemporanea e le identità sfaccettate delle donne della casa circondariale. E la sensazione che quelle rose siano ..solo per loro.
Lara Carbonara
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